10/10: Celebriamo il numero più iconico
Serie A Enilive

10/10: Celebriamo il numero più iconico

Storie, simboli e leggende: viaggio tra alcune delle maglie numero 10 più iconiche della Serie A, quelle che hanno fatto innamorare generazioni di tifosi e reso eterno un semplice numero.

La maglia più iconica del gioco del calcio. Un numero capace di generare magia in chi guarda, di ispirare i sogni dei bambini nei cortili e dei giovani calciatori agli esordi. Un numero diventato espressione del talento: “essere un numero 10” è un modo di dire entrato nella cultura popolare. Un tempo lo hanno vestito Maradona, Pelé, Rivera, Baggio, Mancini, Zico, Del Piero, Totti. Nella Serie A di oggi lo onorano Yildiz, Leao e Lautaro, tra gli altri, ma in ben cinque squadre nessun giocatore ha avuto il coraggio o il peso tecnico per sceglierla. In Italia, solo due club hanno deciso di ritirare il 10: il Napoli per Diego Armando Maradona, icona assoluta del calcio mondiale e “Diez” per antonomasia, e il Brescia per Roberto Baggio, il Divin Codino. Due scelte identitarie, definitive: la 10 non è solo una maglia, è un’eredità sacra.

Diego Armando Maradona

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La nostra rassegna non può che partire da sua eccellenza “El Diez”. Maradona incarna più di chiunque altro l’essenza del numero 10: genio, creatività, dramma, rivoluzione. Al Barcellona gli mettono subito sulle spalle la 10 di Luisito Suarez, consapevoli di avere tra le mani qualcosa che va oltre un semplice calciatore. Quando nel 1985 approda a Napoli, la maglia è già pronta: quella doppia cifra diventa bandiera, identità, appartenenza, riscatto sociale. In qualche rara occasione indossa la 16 – persino subentrando a Zola con addosso la sua maglia – ma l’immagine resta una sola: Maradona, la 10, il San Paolo che esplode. Con l’Argentina scrive la pagina definitiva: Messico ‘86, la Mano de Dios e il Gol del Secolo. La 10 diventa religione.

Roberto Baggio

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Baggio nasce con la 10 cucita addosso. A Firenze raccoglie l’eredità di Antonioni e la trasforma in un manifesto estetico: dribbling orientato, colpi di tacco, punizioni a giro che sembrano dipinte più che calciate. Alla Juventus riceve su di sé il peso di quella appena lasciata da Platini, alternandola talvolta con la 16, quasi a proteggersi dal ruolo. Al Milan la usa solo nel 95/96, poi la lascia per esplorare nuovi orizzonti. Dal ‘97 in poi torna a cercare la sua identità: Bologna, Inter e infine Brescia, dove la 10 diventa casa. Ma è con la Nazionale che Roby raggiunge la dimensione mitologica: USA ‘94, la treccina, il rigore, lo sguardo nel vuoto. La 10, sulle sue spalle, rappresenta bellezza e tragedia, come solo il calcio sa raccontare.

Roberto Mancini

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Roberto Mancini è la 10 estrosa per eccellenza degli anni ’90, la più vicina alla definizione pura di “fantasista”. Mentre Gianluca Vialli cambiava numero senza troppi rituali, il Mancio restava fedele al suo 10, portandolo come si porta una giacca su misura. A Genova, con la Sampdoria, il duo dei “Gemelli del gol” diventa materia da collezione Panini e da VHS consumate: esterno sinistro, colpi di tacco, veroniche improvvise e quel modo irridente di fermare il pallone e aspettare l’avversario, solo per superarlo con leggerezza. All’ultimo giro di giostra, alla Lazio, tiene ancora stretta la 10, come una dichiarazione d’identità: non si smette mai di essere un numero 10.

Francesco Totti

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Francesco Totti non ha indossato la 10. L’ha consacrata agli dei di Roma. A Roma, la squadra, la maglia è stata “congelata”, in attesa di qualcuno che non raccolga semplicemente un numero, ma un mito popolare. Dybala, amato dal popolo romanista, ha scelto con rispetto di restare con la 21, sapendo che la 10 è altare e non semplice pettorale. Con quella maglia, Totti realizza cucchiai sotto la Curva Sud, manda in porta Batistuta senza guardare, segna al derby indicando la Sud, e nella serata del suo addio, la 10 diventa una bandiera sventolata da un’intera città. Una maglia che oggi non è vuota ma in attesa di tornare ad infiammare il popolo giallorosso.

Alex Del Piero

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Alex Del Piero è la 10 sobria, elegante, composta, quella che non urla ma resta. Alla Juventus non gli hanno ritirato la maglia: filosofia del club, la Vecchia Signora viene prima di tutto. Ma quell’assenza è quasi più potente del gesto contrario. La 10 oggi è sulle spalle di Yildiz, e ogni volta che il ragazzo esulta con la “linguaccia”, l’ombra benevola di Del Piero sembra comparire alle sue spalle. I suoi colpi – il tiro a giro “alla Del Piero”, la punizione a foglia morta, la calma glaciale dal dischetto – hanno codificato un gesto tecnico diventato dizionario. In bianconero, la 10 non è un ricordo. È uno stile tramandato.

Igor Protti

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Igor Protti è la 10 del sudore e della battaglia, l’antitesi della star. Ha indossato quel numero a Bari, Lazio, Napoli e soprattutto Livorno, dove diventa bandiera e simbolo sociale. Segna a raffica, trascina, restituisce identità a una città intera. In amaranto riporta il Livorno in Serie A con il 10 sulle spalle, trasformandolo in un grido popolare più che in un vezzo estetico. Anche se in maglia amaranto la indossa solo per una stagione in massima serie, la sua 10 resta tra le più amate: non raffinata, ma necessaria.

Ciccio Cozza

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Ciccio Cozza è la rappresentazione perfetta del numero 10 di provincia, quello che non cerca palcoscenici ma appartenenza. Cresciuto nel settore giovanile del Milan, trova però anima e destino nella sua terra natia, in particolare a Reggio Calabria. Con la maglia amaranto e il 10 sulle spalle guida una delle favole più sincere della Serie A dei primi anni 2000: la Reggina di Lillo Foti, squadra operaia con un fantasista innamorato della sua gente. Cozza non incarna la 10 accademica, ma quella più genuina, fatta di dribbling nei campi pesanti e di gol che valgono salvezze.

Wesley Sneijder

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Wesley Sneijder indossa la numero 10 dell’Inter e in un solo anno la scolpisce nella leggenda. Nel 2010 diventa il cervello del Triplete: gioca tra le linee, suggerisce, calcia, detta il ritmo di squadra con una lucidità spietata. La sua 10 è geometria e verticalità, è la palla per Milito a Madrid, è l’abbraccio con Mourinho, è una delle pagine più europee del calcio italiano moderno. Sneijder non resta tanti anni, ma la sua 10 diventa fotografia eterna, quella che ogni tifoso nerazzurro rivede quando pensa alla più grande gioia sportiva della sua Beneamata.

Paul Pogba

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Quando Paul Pogba sceglie la numero 10 della Juventus nella stagione 2015/16, molti storcono il naso: un centrocampista fisico, moderno, atipico per la tradizione romantica del ruolo. Ma il “Polpo” dimostra subito che il numero non è solo fantasia, ma anche dominio tecnico e personalità scenica. 10 gol e 14 assist tra coppe e campionato, conclusioni dalla distanza e giocate in elastico che infiammano lo Stadium. È una 10 nuova, potente, muscolare, più simile a un simbolo di leadership che di pura invenzione. Quando torna dal Manchester United, reclama la 10 con orgoglio, ma il corpo lo tradisce. Resta però una verità: Pogba è uno dei pochi a cui la 10 non ha chiesto di essere artista, ma protagonista.

Cristiano Lupatelli

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La 10 più originale e sorprendente della Serie A è certamente quella indossata dal portiere Cristiano Lupatelli. Campione d’Italia con la Roma di Capello, nell’estate del 2001 accetta la proposta del neopromosso Chievo Verona, che per la prima stagione nella massima serie vuole affidargli il ruolo di estremo difensore. Lupatelli, però, compie una scelta destinata a entrare nella leggenda: chiede di vestire la maglia numero 10, sfidando tradizione e convenzioni. Il club, guidato dal duo Campedelli-Sartori, acconsente, regalando al pubblico gialloblù una pagina unica nella storia del calcio italiano. Nei due anni con i “Mussi Volanti” di Del Neri, Lupatelli contribuisce a un quinto posto con qualificazione in Coppa UEFA e a una solidissima settima piazza nella stagione successiva. Tra i ricordi più iconici resta il rigore parato al Bentegodi ad Alessandro Del Piero, titolare ben più blasonato dello stesso numero di maglia: un portiere con la 10, che trasforma il ruolo in spettacolo e ironia, incarnando perfettamente l’audacia di una Serie A che ama sorprendere. (Foto LaPresse +Getty Images)