De Rossi contro Fàbregas, registi a confronto a Marassi
Domenica alle 15, allo stadio Luigi Ferraris, Genoa e Como si affrontano per la 34ª giornata di Serie A Enilive in una partita che unisce presente e memoria. In panchina, per la prima volta da avversari, due interpreti simbolo del calcio europeo degli ultimi vent’anni: Daniele De Rossi e Cesc Fàbregas.
Per De Rossi è anche un incrocio dal sapore personale: proprio contro il Como giocò la sua prima partita in Serie A, il 25 gennaio 2003, in un Como-Roma 2-0 disputato al Garilli di Piacenza. Da allora, però, non ha mai più affrontato i lariani, neanche da allenatore. All’andata, infatti, sulla panchina del Genoa c’era ancora Vieira: finì 1-1, con il pareggio in extremis firmato da Ekuban. Da quel momento, molto è cambiato su entrambe le sponde, a partire proprio dalla guida tecnica del Grifone.
La rivoluzione di De Rossi: numeri e identità del nuovo Genoa
L’arrivo di Daniele De Rossi alla decima giornata ha rappresentato un vero punto di rottura nella stagione del Genoa. In quel momento, la squadra era terzultima con appena 6 punti raccolti in 10 partite. Da lì in avanti, il cambio di passo è stato netto: 33 punti in 23 gare, per una media di 1.43 a partita, un ritmo da parte sinistra della classifica. Ancora più significativo è il posizionamento nel confronto diretto con le altre squadre nello stesso arco temporale: da quando De Rossi siede in panchina, il Genoa sarebbe settimo per punti conquistati, dietro soltanto a Como, Inter, Juventus, Napoli, Atalanta e Roma.
La crescita passa anche dalla produzione offensiva. Con De Rossi, il Genoa ha segnato 34 gol mantenendo una media di 1.48 reti a partita, contro le sole sei realizzate nella gestione precedente. Considerando le ultime 23 giornate, quindi, i rossoblù avrebbero addirittura il quinto attacco della Serie A, alle spalle soltanto di Inter (54), Como (45), Juventus (43) e Roma (36).
Alla base della trasformazione del Grifone c’è stato un cambio di paradigma netto: da una squadra prudente e orientata alla fase difensiva, il Genoa è diventato un gruppo propositivo, votato a costruire gioco e creare occasioni con continuità. La trasferta di Pisa ha confermato un altro dato chiave della gestione De Rossi: la rigenerazione del reparto offensivo. Colombo e Vitinha, ad esempio, hanno segnato rispettivamente 7 e 5 gol, tutti arrivati dalla decima giornata in avanti, contribuendo in maniera decisiva al bottino complessivo di una squadra che ha raggiunto quota 40 reti stagionali.
Il lavoro di DDR si è sviluppato su una direttrice precisa: valorizzazione della vecchia guardia – con giocatori come Messias e Malinovskyi diventati punti di riferimento e la crescita di Frendrup – e integrazione dei nuovi innesti. In questa prospettiva, elementi come Bijlow, Baldanzi e Amorim si candidano a diventare pilastri del progetto futuro.
Il tecnico romano ha firmato una vera impresa: ha raccolto un Genoa spento e in difficoltà, restituendogli intensità e spirito competitivo, fino a condurlo a un passo dalla salvezza con cinque giornate d’anticipo.
Il momento del Como: ambizione europea e passaggi a vuoto
Il Como arriva a Marassi in una fase delicata della stagione. Le due sconfitte consecutive in campionato, unite al clamoroso ko in Coppa Italia Frecciarossa, rappresentano un rallentamento evidente, ma non intaccano la solidità del progetto tecnico costruito da Cesc Fàbregas.
La corsa alla Champions League si è complicata, anche se gli incroci di calendario – come lo scontro diretto tra Milan e Juventus – potrebbero riaprire uno spiraglio. In ogni caso, la qualificazione a una competizione UEFA rappresenterebbe un traguardo storico per il club mai raggiunto prima, e già di per sé un risultato di grande valore.
Il percorso del Como resta infatti di alto livello, sia per qualità del gioco che per continuità di rendimento. La crescita della squadra si è arenata principalmente contro lo scoglio delle due milanesi, in particolare contro l’Inter, che per due volte nel mese di aprile ha saputo ribaltare partite in cui i lariani avevano imposto il proprio ritmo fin dalle prime battute. Gare che hanno evidenziato il potenziale della squadra di Fàbregas, ma anche la necessità di maggiore maturità nella gestione dei momenti chiave.
Un passaggio inevitabile per un gruppo giovane, che ora punta a chiudere la stagione mantenendo alto il livello delle prestazioni e restando agganciato alla corsa europea.
De Rossi e Fàbregas: due carriere che si incrociano
Se il loro percorso da allenatori è ancora agli inizi, quello da calciatori racconta due traiettorie straordinarie, spesso incrociatesi nei grandi palcoscenici internazionali.
Daniele De Rossi ha incarnato il prototipo del centrocampista tutto d’un pezzo: equilibrio tra fase difensiva e costruzione, leadership carismatica e legame indissolubile con la Roma. Cesc Fàbregas, invece, è stato uno dei simboli della generazione d’oro spagnola, regista tecnico e interprete delle evoluzioni tattiche di allenatori come Wenger, Guardiola e Conte, protagonista delizioso tra Barcellona, Arsenal e Chelsea.
I loro confronti più significativi sono arrivati con le nazionali. Il primo incrocio ufficiale risale ai quarti di finale degli Europei 2008, decisi ai calci di rigore: errore di De Rossi e penalty decisivo trasformato proprio da Fàbregas. Nel 2012 si ritrovano prima nel girone, con lo spagnolo impiegato da falso nove e De Rossi adattato nella difesa a tre, poi nella finale dominata dalla Spagna per 4-0. Nel 2016, invece, arriva la rivincita azzurra: 2-0 negli ottavi di finale, unica vittoria di De Rossi contro Fàbregas con la maglia dell’Italia.
A livello di club, l’unico vero incrocio è Roma-Chelsea nel girone della Champions League 2017/18, vinta 3-0 dai giallorossi, con De Rossi capitano.