In Rino Veritas: i segreti della Lazio capolista
«Oggi un Gattuso nella mia squadra non lo metterei per come voglio giocare. Questa è la verità. Bisogna palleggiare, coprire il campo in un certo modo. Se avessi avuto un giocatore con le mie caratteristiche non so se con me avrebbe giocato». Dichiarazione forte, forse anche provocatoria, ma estremamente calzante con la Lazio di questo inizio stagione. A pronunciarla lo stesso Rino Gattuso, fautore di un progetto tecnico ancora al suo primo stadio, eppure subito pienamente convincente. Dopo l’esordio in Coppa Italia Frecciarossa, e la clamorosa eliminazione per mano del Mantova, in pochi (probabilmente solo i più audaci) avrebbero scommesso di vedere i biancocelesti lassù in cima alla classifica in compagnia di Roma e Inter alla sosta nazionali.
La bravura del tecnico calabrese si è fatta largo in un mare di scetticismo. Alle porte di Formello ci è arrivato mettendosi alle spalle il cocente epilogo alla guida dell’Italia, consapevole di dover plasmare un gruppo con una identità diversa, quasi rivoluzionata dopo gli scossoni dei mesi precedenti. L’addio di Sarri, i trasferimenti di pilastri come Gila, Romagnoli e Castellanos, elementi della colonna vertebrale laziale delle ultime stagioni. Gattuso, come spesso gli è capitato sia da giocatore che da allenatore, ha saputo lavorare a testa bassa, battendo la strada prefissata, anche a costo di perdersi lungo il percorso. La squadra lo ha accettato, accolto ed infine seguito con ritrovato entusiasmo. Sono serviti anche i momenti di tensione: basti pensare al battibecco tra il mister e Taylor durante la preseason. Schiena dritta, cuore buono. Il centrocampista scozzese è diventato imprescindibile nello scacchiere della Lazio e, a voler scommetterci, senza quel siparietto forse il legame sarebbe meno fortificato. Supposizioni? Forse. Il quadro è chiaro: Rino ci mette sostanza e carattere da lottare. Sotto la scorza c'è un Gattuso allenatore capace di leggere la squadra e attuare principi di gioco in grado di valorizzarla al meglio.
Il cammino fino alla sosta
La rosa fortemente rinnovata in estate non è mai stata un alibi. Lo 0-2 di metà agosto contro il Mantova ha messo in risalto la necessità di ritrovare stimoli e vivacità all’interno del gruppo squadra. La prima giornata di Serie A Enilive a Bologna ha poi regalato il terreno di caccia perfetto: Lazio guardinga nel primo tempo, brava a trasformare in oro le poche chance della ripresa. Gol di Frattesi, vittoria di misura e graffio d’orgoglio. Un punto di partenza per molti, ma solo un insieme di aspetti su cui lavorare per l'allenatore. Sì, perché, a volerla raccontare tutta, lo stesso Gattuso quella sera in conferenza aveva esortato il gruppo a continuare a procedere con ‘i tappi nelle orecchie’, premendo forte sui tasti della mentalità e del tanto lavoro da compiere. L’1-0 sul Genoa alla seconda, ancora troppo poco per definire la Lazio come una squadra in salute, distante dal pianificare obiettivi virtuosi. Segnali positivi anche dal successo fuoricasa a Udine, campo storicamente ostico per tutti. Dopo il 2-2 in casa con il Milan, si è iniziato ad intravedere un pensiero più radicato. Il primo tempo contro i rossoneri è stato un concentrato di ritmo e verticalità efficace. La squadra di Amorim messa alla corda su diversi aspetti e una partita che, per 45 minuti, rispondeva ad un solo padrone. Diversa la storia nella ripresa: rossoneri in rimonta contro una Lazio stanca e affannata. La marcia ripresa a Venezia manifesta anche quella capacità di entrare d’impatto nei momenti clou della contesa. Inversamente a quanto accaduto con il Milan, la formazione di Gattuso ha saputo emergere alla distanza, scavalcando la sofferenza iniziale attraverso il proprio credo calcistico.
Gli ingredienti della nuova Lazio di Ringhio
Fondamenta solide. Le partenze in difesa di Gila e Romagnoli hanno spianato la strada all’ascesa di Oliver Provstgaard. Il difensore classe 2003 è passato dall’essere un prospetto a diventare leader tecnico della retroguardia. Nonostante le ingombranti presenze dei vari titolari, già nella scorsa stagione era stato capace di strappare consensi e una buona quantità di presenze. La scelta di promuoverlo si sposa perfettamente con le esigenze di Gattuso: Doekhi e Šutalo portano in dote caratteristiche diverse, Provstgaard si lega con entrambi, fornendo equilibrio a tutto l’impianto**. I biancocelesti hanno subito solamente 3 gol in 5 partite** (come la Roma), meglio solo il sorprendente Cagliari con 2.
Fasce sprint. Tornato quasi a fari spenti dopo il prestito alla Cremonese, Floriani Mussolini sembra diventato imprescindibile nei piani di Gattuso. Con Marusic ancora ai box, l’esterno ha raccolto l’eredità del montenegrino riuscendo presto ad esprimersi secondo un piano d’azione chiaro. Lui da una parte e Nuno Tavares dall’altra fungono da propulsori laterali per il concetto di profondità tanto caro a Gattuso. Proprio il portoghese, rinato sotto la nuova gestione, alza notevolmente il livello di gioco della Lazio. Tavares appare oggi meno ingabbiato, libero di esprimersi anche grazie ad una condizione fisica in costante crescita.
Centrocampo girevole. L’infortunio di Rovella alla seconda giornata sembrava il preludio ad una frattura difficilmente sanabile in termini di impostazione di gioco. Il mediano scuola Genoa e Juventus resta basilare nel disegno tattico di Rino Gattuso, ma l’alternativa di Belahyane in cabina di regia ha arricchito le scelte a disposizione. Il play marocchino sembra essere tornato finalmente il giocatore apprezzato a Verona, forte della fiducia del mister, manifestata in più di un’occasione. Sugli interni poggia la struttura: Taylor ha qualità e presenza nelle due fasi, Frattesi è l’ago della bilancia e i tre gol messi all’attivo ne sono una conferma a tutto tondo. La Lazio a centrocampo sa palleggiare, ha interpreti con caratteristiche di inserimento e offre filtro alla difesa in diverse situazioni di gioco.
L’importanza del tridente. La nota più lieta per la Lazio è forse aver recuperato il miglior Mattia Zaccagni, calato a pieno nella parte di capitano e uomo d’esperienza della squadra. Il rigore a Venezia pesa come un macigno e l’assist per Noslin riflette la serenità con la quale ha preso per mano la squadra in questi primi turni di Serie A Enilive. Sulla fascia opposta il titolare per adesso è Cancellieri, altra pedina revitalizzata sotto l’ala del mister. Al centro Noslin ha messo insieme 2 reti pesanti, scavalcando con merito Andrea Pinamonti. Proprio l’ex Sassuolo è forse il tassello da sistemare nell’impalcatura offensiva: Gattuso si è detto a più riprese soddisfatto dell’atteggiamento e dell’abnegazione del giocatore, ma la latitanza dal gol in parte preoccupa. Il tempo per aggiustare anche questo aspetto c’è, lo stato dell’arte aiuta a mantenere il morale alto. Pinamonti nelle ultime 4 stagioni di campionato solo in una occasione ha chiuso l’annata sotto i 9 gol, l’ambiente biancoceleste sembra l’ideale per girare la chiave e ripartire a marce ingranate.
Le mosse dalla panchina. Isaksen e Guðmundsson, riserve di lusso, co-titolari per svoltare il match. La definizione non interessa più di tanto. Ad oggi nelle gerarchie partono leggermente dietro, soprattutto considerando quanto sia complicato toccare una macchina ben oleata. Il danese si gioca il posto con Cancellieri, viene da problemi fisici con i quali ha dovuto fare i conti durante l’estate e adesso è alla ricerca della forma migliore; l’ex Fiorentina sta assimilando in fretta la filosofia biancoceleste, può essere utilizzato in tutte e tre le caselle del reparto offensivo e si sposa benissimo con le richieste del tecnico. Per tenere il livello alto nell’ultima mezz’ora, ad oggi, avere in rosa giocatori di questo calibro può davvero fare la differenza.
Insomma, non c’è spazio per vedere Gattuso a centrocampo. Sulla panchina della Lazio, però, l’abito d’allenatore fa perfettamente al caso di Ringhio. I biancocelesti hanno preso il volo, il mister si gode il viaggio.