NORDICI DA LEGGENDA IN SERIE A
La storia della Serie A è intrecciata da sempre con quella del calcio scandinavo. Svezia, Danimarca e Norvegia hanno esportato nel nostro Paese generazioni di campioni, lasciando in eredità record, imprese simbolo e un immaginario popolare fatto di leggende. Una tradizione iniziata negli anni ’50 e mai interrotta: in particolare, tre dei migliori quattro marcatori stranieri all-time del campionato arrivano proprio dalla Svezia. Negli ultimi decenni il peso specifico delle nazionali scandinave è cresciuto senza sosta: dall’incredibile trionfo della Danimarca a Euro ’92, al famigerato 2-2 fra danesi e svedesi ad Euro 2004, fino allo shock del 2017 con l’Italia estromessa dai Mondiali dalla Svezia e alla recente doppia sconfitta con la Norvegia di Haaland. Un percorso che ha sempre incrociato il nostro, e che ora rinsalda quel legame grazie alle firme nordiche ricorrenti nel tabellino della Serie A Enilive: nella 12ª giornata sono andati a segno i norvegesi Ostigård e Thorstvedt nei match inaugurale e di chiusura, mentre il bolognese Torbjørn Lysaker Heggem si è affermato come una delle sorprese del campionato. E nell’ultimo turno si è vissuta una vera “notte vichinga”, con quattro dei cinque gol dei posticipi domenicali siglati da calciatori danesi e con un evento che non accadeva dal 1955: due danesi, Isaksen e Odgaard, in gol nello stesso match con due maglie diverse. Un cerchio che simbolicamente si chiude proprio con quegli anni ’50 in cui tutto iniziò.
Anni ’50 - L’era d’oro del Gre-No-Li
La Svezia di quegli anni era una superpotenza calcistica - come dimostrano l’oro olimpico del 1948 e la finale mondiale del 1958 - e molti dei protagonisti arrivarono in Italia per affermarsi in uno dei campionati più prestigiosi del mondo. Gunnar Nordahl, miglior marcatore della storia del Milan con 221 reti e per 66 anni primatista del record di gol in una singola stagione di Serie A (35), è ancora oggi il terzo marcatore assoluto del campionato dietro Piola e Totti. Insieme a Nils Liedholm e Gunnar Gren formò il leggendario Gre-No-Li, un trio che riscrisse la storia rossonera, e s’impose come un catalizzatore di modernità, per tempi e interpretazione del ruolo di attaccante.
Nils Liedholm - il Barone - ha lasciato un’impronta doppia: prima da leader del Gre-No-Li capace di vincere quattro scudetti, poi da rivoluzionario della panchina. È stato tra i primi in Italia ad applicare la difesa a zona con rigore scientifico, portando il Milan allo scudetto del 1979 e la Roma al titolo del 1983, prima di sfiorare coi giallorossi la Coppa dei Campioni contro il Liverpool all’Olimpico, uscendo sconfitto solo ai rigori.
Nel pantheon dei grandi svedesi di quell’epoca non può mancare anche Kurt Hamrin: ottavo marcatore all-time della Serie A con 190 gol, ha collezionato 400 presenze e ha lasciato una traccia indelebile soprattutto a Firenze, dove detiene ancora oggi il record di miglior marcatore assoluto della storia viola con 211 reti. Ala destra tecnica e letale, ha militato in Italia per 16 stagioni consecutive, indossando le maglie di Juventus, Padova, Fiorentina, Milan e Napoli.
Anni ’80 - L’apertura agli stranieri e l’impatto scandinavo
Nel 1980 la Serie A riapre le porte ai giocatori stranieri dopo uno stop di 15 anni e ogni club può arrivare a scegliere solo due innesti: una responsabilità enorme per cui ogni acquisto vale una rivoluzione. L’Atalanta la sfrutta al massimo con Glenn Strömberg: centrocampista tatticamente impeccabile, intelligente e instancabile, diventa in breve tempo il cuore mentale e fisico della squadra. Con la sua chioma bionda e la sua leadership naturale, resta anche dopo la retrocessione per guidare la Dea alla risalita immediata: un atto di fedeltà che lo rende tuttora uno degli stranieri più amati della storia atalantina. Gli anni con Strömberg capitano coincidono con alcune delle migliori pagine europee (e non) dei nerazzurri prima dell’era Gasperini. Per molti, ancora oggi, è l’icona scandinava dell’Atalanta.
Negli stessi anni, sbarca in Italia anche Michael Laudrup, la sintesi del talento nordico: tecnica vellutata, dribbling leggero, visione totale. Arrivato giovanissimo dal Brøndby, alla Lazio cresce e si adatta alla durezza della Serie A; alla Juventus si accende nei momenti chiave, vincendo Scudetto e Intercontinentale, competizione in cui risplende con il gol decisivo del 2-2 che manda ai rigori la leggendaria finale contro l’Argentinos Juniors. Gli infortuni limitarono il suo impatto, ma mostrò abbastanza da essere ricordato come uno dei trequartisti più raffinati ed eleganti del nostro calcio, preludio alla carriera da fuoriclasse assoluto al Barcellona di Cruyff. Poi c’è Preben Elkjær Larsen, l’eroe inatteso che Verona ricorderà per sempre. Arriva nell’estate dell’84 come un volto poco noto, riparte come un simbolo eterno: velocissimo, capace di progressioni imprendibili, incarna lo spirito ribelle dell’Hellas di Bagnoli e Garella. Segna otto gol nella cavalcata Scudetto, tra cui quello senza scarpa contro la Juventus - un’immagine entrata nella mitologia pop del calcio italiano e che fa di lui il “Cenerentolo” - e la rete del pareggio contro l’Atalanta che vale il titolo. Un attaccante irripetibile, parte integrante del capolavoro più romantico nella storia della Serie A.
Anni ’90 - Talento e fisicità nella Serie A più dura di sempre
Negli anni ’90, quando la Serie A è il campionato più competitivo del mondo, gli scandinavi continuano a incidere. Kennet Andersson, protagonista dell’exploit della Svezia ai Mondiali di USA ’94 con cinque gol e un podio finale, arriva al Bari e si impone subito: 12 reti, una coppia devastante con Protti capocannoniere che non riesce ad evitare la retrocessione in un torneo di livello stellare. Passa al Bologna, dove assume il ruolo di riferimento tecnico e carismatico dei rossoblù, consolidando la sua eredità in Italia: 45 gol complessivi in campionato, frutto di un repertorio di forza, gioco aereo e presenza fisica che pochi attaccanti possedevano.
Tomas Brolin è invece uno dei volti della classe pura del decennio gialloblù: al Parma vince a ripetizione - Coppa Italia, Coppa delle Coppe, Supercoppa UEFA, Coppa UEFA - diventando il motore creativo di una delle squadre simbolo degli anni ’90. Intelligenza calcistica, inserimenti e tecnica raffinata ne hanno fatto un giocatore polivalente, ancora oggi ricordato con affetto e nostalgia dai tifosi ducali.
Il nuovo millennio - La nuova alba scandinava
Il nuovo millennio proietta in Italia un’ondata scandinava di grande qualità: dai danesi Martin Jørgensen, Tomasson e Simon Kjær, ai norvegesi Riise e Carew, fino agli svedesi Kulusevski e Zlatan Ibrahimović.
Nessuno però ha rivoluzionato la Serie A quanto Zlatan Ibrahimović: con il suo mix unico di carisma e strapotere fisico e tecnico, in Italia si consacra come uno dei migliori attaccanti del nuovo millennio. Con Juventus, Inter e Milan scrive pagine memorabili: tre scudetti consecutivi in nerazzurro, due titoli rossoneri a dieci anni di distanza, tre Supercoppe italiane complessive e 161 gol che lo rendono il quarto miglior marcatore straniero della storia del torneo. Ibra non è stato solo un grande attaccante: è stato un’icona culturale globale, un simbolo di potere tecnico ed estetico. Il suo stile ispirato alle arti marziali ha ridefinito l’idea stessa di centravanti moderno, lasciando un’impronta eterna. Oggi la nuova ondata nordica - da Hien a Holm, da Thorsby a Højlund - sta riaccendendo una tradizione che dura da più di settant’anni. La Serie A Enilive continua a parlare anche la lingua del Nord. E non sembra aver alcuna intenzione di smettere. (Foto Getty Images + LaPresse)