La partenza record della Lazio
In una Serie A Enilive elettrizzante e ricca di sorprese, il colpo di scena più inatteso arriva dalla vetta della classifica. A guardare tutti dall'alto, insieme all'Inter campione in carica, c'è la Lazio di Gennaro Gattuso. Sei vittorie, un pareggio e 19 punti nelle prime sette giornate: mai i biancocelesti erano partiti così forte nell'era dei tre punti a vittoria, nemmeno nelle stagioni delle grandi imprese.
Il 3-0 rifilato alla Juventus ha aggiunto uno scalpo di prestigio a un avvio già straordinario. La Lazio non vinceva all'Allianz Stadium dal 2017/18, quando la squadra di Simone Inzaghi si impose per 2-1. Quello era stato anche l'unico successo biancoceleste nel nuovo impianto bianconero.
L'unico passo falso, se così si può chiamare, resta il 2-2 casalingo contro il Milan, maturato dopo un primo tempo chiuso avanti di due reti e una rimonta rossonera firmata da Moreira. Lontano dall'Olimpico, invece, il percorso è impeccabile: quattro vittorie in quattro trasferte, un risultato che nella storia laziale erano riusciti a ottenere soltanto le squadre di Roberto Mancini e Simone Inzaghi.
A Formello, intanto, la classifica autorizza a guardare oltre le aspettative della vigilia. Per una squadra reduce da tre stagioni consecutive fuori dalle prime sei, la prospettiva di tornare a competere per un posto in Europa ha assunto rapidamente contorni concreti.
Meglio anche della Lazio di Eriksson
Per trovare una partenza paragonabile bisogna tornare alla stagione 1999/2000, quella del secondo Scudetto biancoceleste. Dopo sette giornate, la Lazio di Sven-Göran Eriksson aveva raccolto 17 punti, frutto di cinque vittorie e due pareggi. A fermarla erano stati il Bari, con uno 0-0 alla seconda giornata, e il Milan, protagonista di uno spettacolare 4-4 all'Olimpico, rimasto tra le partite simbolo del calcio italiano di fine anni Novanta.
Quella Lazio, costruita sotto la presidenza di Sergio Cragnotti, era una squadra ben attrezzata e strabordante di talento, al terzo anno della gestione Eriksson, nonché reduce da uno Scudetto sfumato per un solo punto nella stagione precedente. Nelle prime sette partite aveva già segnato 18 gol, quattro più della Lazio attuale. Quattro portavano la firma di Juan Sebastián Verón, tre a testa quelle di Simone Inzaghi e Marcelo Salas. A completare il tabellino erano arrivati anche Stanković, Mihajlović, Bokšić, Almeyda e Pancaro. Un organico costruito per vincere, con campioni in ogni reparto. La Lazio di Gattuso, invece, è partita da presupposti ben diversi.
Anche il confronto con il primo Scudetto, quello del 1973/74, restituisce la portata dell'avvio attuale. La squadra di Tommaso Maestrelli, trascinata dai gol di Giorgio Chinaglia, aveva cominciato con tre vittorie, tre pareggi e una sconfitta, proprio contro la Juventus: nove punti con il sistema dei due punti a vittoria, equivalenti a dodici con quello attuale.
Più vicina, ma comunque distante, la Lazio di Simone Inzaghi del 2017/18: cinque vittorie, un pareggio e una sconfitta nelle prime sette giornate, per un totale di 16 punti. Una squadra capace di esprimere un calcio offensivo e spettacolare, fermata soltanto dal pesante 1-4 casalingo contro il Napoli alla quinta giornata.
Dieci marcatori diversi, la forza del gruppo
Se la Lazio di Eriksson poteva contare su una rosa di fuoriclasse, quella di Gattuso ha trovato nella valorizzazione dei giocatori già presenti in organico una delle chiavi del proprio rilancio.
Il tecnico calabrese è arrivato dopo tre stagioni consecutive chiuse fuori dalle prime sei posizioni, con il nono posto dello scorso campionato a rappresentare il peggior piazzamento biancoceleste dell'ultimo decennio. Le limitazioni sul mercato hanno imposto una campagna acquisti selettiva e una maggiore attenzione alle risorse già a disposizione.
Tra i nuovi arrivati, Davide Frattesi ha avuto un impatto immediato: tre gol nelle prime tre giornate, tutti decisivi per altrettante vittorie. Poi, esaurita la spinta iniziale del centrocampista, sono emerse le alternative offensive di una squadra che ha saputo distribuire gol e responsabilità.
Isaksen e Noslin, con due reti ciascuno, sono gli unici altri biancocelesti ad aver segnato più di una volta. Il danese ha trovato due gol consecutivi sfruttando una condizione atletica brillante; l'ex Verona sta invece offrendo soluzioni preziose in un ruolo meno abituale, quello di falso nove, interpretato con mobilità e disponibilità al dialogo con i compagni.
A quota uno figurano Gudmundsson, Dele-Bashiru, Pinamonti, Nuno Tavares, Cancellieri, Provstgaard e Zaccagni. In totale, dieci marcatori diversi in sette giornate, il dato più alto del campionato insieme all'Inter.
Una distribuzione che racconta la capacità della Lazio di trovare risorse in ogni reparto. Emblematica la rete di Nuno Tavares contro il Monza: una conclusione potente dalla distanza, il primo gol in biancoceleste per un giocatore che Gattuso ha saputo rilanciare, facendogli ritrovare fiducia e centralità nel progetto tecnico.
Cinismo ed equilibrio: cosa raccontano i numeri
Il primato della Lazio assume un significato ancora più interessante osservando le statistiche di squadra. I biancocelesti vantano il terzo attacco del campionato, con 14 reti, e la seconda miglior difesa, con appena quattro gol subiti. Numeri da vertice, che però non trovano una corrispondenza altrettanto netta negli indicatori di gioco.
La squadra di Gattuso è nona per PPDA, indice dell'intensità della pressione, quindicesima per recuperi nell'ultimo terzo e decima per possesso palla. Anche la produzione offensiva resta lontana dalle prime posizioni: quattordicesima per tiri totali, dodicesima per expected goals (10,2) e undicesima per tocchi nell'area avversaria.
Non è dunque una Lazio che domina sistematicamente il possesso, soffoca gli avversari con il pressing o costruisce un volume elevato di occasioni. Il suo rendimento nasce piuttosto dalla capacità di contenere i rischi (4ª per xG subiti) e sfruttare al massimo le opportunità create.
Lo confermano due dati particolarmente eloquenti: seconda percentuale di conversione del campionato (15,56%) e primo posto per differenza tra gol segnati ed expected goals (+3,85). La Lazio ha realizzato quasi quattro reti in più rispetto a quelle attese dalla qualità delle conclusioni prodotte.
Cura del dettaglio, abnegazione e spirito di squadra sono i fattori che spiegano buona parte di questo avvio. È una squadra che concede poco, non ha bisogno di costruire moltissimo per segnare e sa trovare protagonisti diversi da una partita all'altra.
Un primato che mancava da anni
La presenza della Lazio in testa alla classifica riporta alla memoria un altro momento particolarmente felice della storia recente biancoceleste: la stagione 2019/20, quando la squadra di Simone Inzaghi arrivò a contendere lo Scudetto alla Juventus di Maurizio Sarri.
Dopo il 2-0 al Bologna della 26ª giornata, la Lazio si ritrovò momentaneamente da sola al comando, approfittando del rinvio di Juventus-Inter per l'emergenza Covid-19. I bianconeri avevano però una partita in meno, circostanza che rendeva quel primato diverso.
Per ritrovare altre occasioni nelle quali i biancocelesti avevano condiviso la vetta a parità di partite disputate bisogna risalire alle prime giornate del 2022/23, con Sarri, e del 2012/13, con Petković al debutto.
Sette giornate senza sconfitte, una partenza senza precedenti e una vetta condivisa con l'Inter: la Lazio di Gattuso ha costruito il proprio primato sull'equilibrio, sulla concretezza e sulla capacità di trovare protagonisti diversi. Ora la sfida è trasformare un avvio da record in una stagione all'altezza delle ambizioni ritrovate.